Cicatrici

Con colpevolissimo ritardo (è uscito a metà Luglio), vi segnalo l’uscita di un ebook molto molto bello: “Cicatrici”!

Raccoglie una serie di racconti su cicatrici del corpo e dell’anima, ricordi, luoghi, persone…

Il Many mi permetterà di citare il suo post che è poi una parte della sua introduzione all’ebook:

Cicatrici, come l’argomento trattato, è un libro nato per caso, per uno sbaglio, una dimenticanza, incidentalmente. Dovevo preparare una tetralogia di racconti per un noto sito internet che raccoglie tetralogie di racconti, e dato che sono stato un ciclista a livelli anche seri, tanto tempo fa, mi son detto: perché non mandare il racconto di quattro delle mille cicatrici che mi trovo addosso? E allora le ho scritte, le descrizioni dei miei sfregi sportivi, e le ho messe sul desktop a marinare, ché magari, pensavo, mi viene in mente qualcos’altro di più interessante.
Son passati dei mesi, e mentre passavano, pian piano, mi sono scordato del perché li avessi scritti, quei quattro racconti. Allora ne ho preso uno e l’ho messo sul blog. Il giorno dopo mi è arrivata una mail con la descrizione di una disavventura simile alla mia. Mi diceva, l’autore, se potevo pubblicarla sul blog. E io l’ho pubblicata.
E da lì, decine di altre mail con altrettante cicatrici sono arrivate a Barabba, finché, così, tanto per cambiare, abbiam deciso di raccoglierle in un ebook, che poi è quello che avete davanti agli occhi e che si chiama, guarda un po’, Cicatrici (non ce ne voglia il buon Gianluca Morozzi).

Sono più di cento, in totale, le descrizioni di sfregi e difetti che trovate nel libro. Alcune sono divertenti, altre sono quasi inventate, altre ancora sono frutto dell’esigenza di una specie di catarsi personale e ci fa piacere, davvero, sapere che a qualcuno è servito scriverne per liberarsi un po’ dai demoni che la notte disturbano il sonno.
Ma ciò che più importa, per noi lettori, è che le cicatrici che state per leggere, se le leggete, se ne avete voglia, sono storie. E ogni storia, a modo suo, una volta sentita, o letta, rimane impressa. Dentro di noi, si cicatrizza.

(dall’introduzione all’ebook Cicatrici, Barabba Edizioni, 2011)

Un susseguirsi di racconti, uno più affascinante dell’altro, ch mi ha fatto scoprire doti nascoste e grandi capacità narrativa in molti degli autori, che considero amici nonostante la distanza geografica. La segnalazione ha comunque anche qualcosa di personale, visto che anche uno dei miei raconti è presente in questa raccolta.

Permettetemi ora di ringraziare alcune persone: il Many (Marco Manicardi) per la semplicità, la grazia, la simpatia e l’ardore che mette in qualsiasi progetto; la Barabba Edizioni e soprattutto Roberta Ragona (di cui mi vanto di essere concittadino!) per la stupenda copertina di questo ebook.

Se volte scaricarlo, cliccate sul meraviglioso disegno di Roberta!

 

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Gravity

C’è sempre qualcosa che mi riporta a te, non ci mette mai molto… Non importa cosa dica o faccia, ti sento vicina dal momento in cui vado via… Mi trattieni senza toccarmi, mi stringi senza catene… Non c’è mai stata cosa che abbia voluto di più che affogare nel tuo amore senza sentire il tuo dolore… Rendimi libero, lascia che io viva, non voglio cadere ancora nella tua gravità… Sono qui, così in alto, come è giusto che sia… Ma tu sei dentro ed intorno a me.. Tu mi ami per la mia fragilità anche se in realtà pensavo di essere forte; mi tocchi per un istante e quella debole forza svanisce… Rendimi libero, lascia che io viva, non voglio cadere ancora nella tua gravità… Sono qui, così in alto, come è giusto che sia… Ma tu sei dentro ed intorno a me… Vivo in ginocchio cercando di farti capire che sei la cosa di cui ho più bisogno al mondo… Non sei amica ne avversaria, non riesco a farti andar via, l’unica cosa di cui son sicuro è che mi tieni per terra… Ma tu sei dentro ed intorno a me… C’è sempre qualcosa che mi riporta a te, non ci mette mai molto…

Liberissima traduzione del testo di:

Gravity – Sara Bareilles

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Grandma

Ieri sarebbe stato il 98esimo compleanno di mia nonna; quella materna, quella preferita; quella che ho tanto amato e che mi voluto bene sino all’ultimo giorno… Nata il 3 Settembre 1913; è mancata più di otto anni fa, un giorno durissimo, nel Luglio del 2003, in un’estate torrida, in un piccolo ospedale di provincia; senza che io ne sapessi nulla… Era il giorno della firma del mio primo contratto, lei era in ospedale già da qualche giorno, sembrava stesse un po’ meglio… Nel primo pomeriggio, appena uscito dal lavoro, volevo condividere con mamma la gioia della mia prima firma; la chiamo; squilla a vuoto… Impossibile, penso… Richiamo, risponde la badante della nonna; le chiedo di mia madre, mi dice che non può rispondere; non collego… Le chiedo notizie sulla salute della mia adorata nonna, una lunghissima pausa di silenzio; poi quelle parole che mi frantumano il cuore: “Non c’è più”… Me le faccio ripetere, voglio essere sicuro di non aver frainteso anche se dentro so già cosa mi aspetta… Un saluto laconico; “preparo la borsa e arrivo” le dico. 70 km di strada, la Campu Omu, curve su curve in montagna, su una strada stretta e tortuosa… Spingo la macchina al limite, non mi frega quello che può succedere… E piango, le lacrime sgorgano senza che io possa farci molto, non riesco nemmeno ad urlare, il dolore è immenso. Arrivo in ospedale, mi ricompongo, mia madre mi corre incontro in lacrime, mi sussura che la nonna mi ha voluto un bene immenso, che ha chiesto di me anche poche ore prima… Non me la fanno vedere, forse per proteggermi… Andiamo a casa, gli altri parenti rimarrano lì in ospedale… Arrivati, ci accasciamo sul divano, le lacrime non sono finite, ci abbracciamo e iniziamo a ricordare episodi della nostra vita insieme a lei, non so perchè, forse per sorridere insieme… Gran donna la mia nonnina: sposata sotto la guerra con un uomo rude, cattivo e meschino; che anche in punto di morte non ha pensato ad altro che a se stesso; eppure lei ha tenuto duro, mandando avanti una famiglia, in una società come quella della provincia sarda… Quasi 63 anni di matrimonio, due figlie lontane… Ed ogni volta che si tornava a casa sua, per le vacanze o una semplice visita; il sorriso e il buonumore ci accoglievano… Ricordo che ridevamo tanto insieme, prendendoci gioco di tutti… Io e lei, un legame speciale; l’unico nipote di cui si fidasse, mi ha sempre detto… Lei, che mi difendeva da tutto e tutti, che aveva sempre una parola per me, che quando mi abbracciava sentivo il bene che mi voleva… Ciao nonna Francesca, so che sei li che mi guardi e sorridi, mentre io parlo di te e ancora piango…

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End of summer

Era quasi autunno, quelle giornate di fine Settembre abbatanza calde da potersi godere u po’ di mare in tranquillità. I gruppi di ragazzini non c’erano più, le scuole avevano finalmente riaperto, lasciandoci la spiaggia libera… E così noi “grandi”, noi universitari, come tutti gli anni, eravamo in fermento per l’organizzazione del falò di fine estate. Per noi ragazzi era un grande evento, che sognavamo sin dalle superiori… E finalmente era arrivato il nostro momento… Il posto era già deciso, una spiaggia un po’ appartata, abbastanza grande da contenere un paio di centinaia di ragazzi e ragazze; con una piccola piattaforma naturale, fatta di scogli, per poter organizzare una postazione dj… Avevamo pensato a tutto, l’elettricità, l’impianto luci, due fuochi diversi; uno centrale più grande con la musica del dj, l’altro più piccolo e in disparte con un paio di chitarre per gli altri… Gli esami erano in vista, la sessione autunnale stava per cominciare; ma non c’importava molto; eravamo troppo presi dall’organizzazione dell’evento dell’anno. Ci sarebbero stati tutti; dalle matricole ai laureandi… I telefoni continuavano a squillare, tutto era frenetico, il tempo non era mai abbastanza… Sempre di corsa tra l’affitto delle luci, l’acquisto degli alcolici, la stampa e la distribuzione dei flyers… Tutti erano informati, tutti sapevano; quelle poche volte che passavamo nelle facoltà, tutti ci fermavano, chiedevano, ringraziavano; le voci giravano… Avevamo assunto il più bravo dj della città; lui si era detto entusiasta di suonare per il nostro falò; io mi ero chiesto perchè mai nessuno gliel’avesse proposto prima…

E finalmente il giorno arrivò; l’appuntamento pur tutti era per le 21; noi eravamo lì dalle 17… Avevamo predisposto tutto, i piatti, le luci, l’alcol in fresco, le pietre e la legna per i fuochi… Verso le 20 si iniziò ad accendere il falò più piccolo, alle 20.30 quello grande… Quando iniziarono ad arrivare i ragazzi, i fuochi rano già alti e noi stavamo già bevendo alla nostra salute… La musica partì, iniziò la festa, tutti a ballare e bere; le chitarre, le ragazze… Noi, da organizzatori eravamo indaffarati a fare da “padroni di casa”; salutando, distribuendo bottiglie di birra, chiacchierando con gli amici e gli amici degli amici… Erano già le due del mattino; arano iniziati già da tempo i bagni notturni; le ragazze erano state lanciate in acqua, vestite o meno dipendeva da loro… E proprio quando stavo chiacchierando con un’amico, la vidi; bella da mozzare il fiato… Ricordo ancora com’era vestita: gonellina in jeans e camicetta bianca da cui si intravedevano i laccetti del costume; rosso fuoco… Venne verso di me e, schioccandomi un bacio sulla guancia, mi ringraziò per la bella serata… Io rimasi quasi di stucco, non la conoscevo, riuscii a malapena ad abbozzzare un sorriso… Mi prese a braccetto, si scusò col mio amico per questo “rapimento” e mi portò vicino al falò più piccolo, rimanendo un po’ in disparte… Iniziammo a chiacchierare, mi disse che anche lei faceva Lingue, che mi aveva visto a Magistero un paio di volte e mi chiese se l’avessi mai notata… Io, forse ingenuamente le risposi che no, non l’avevo mai vista; lei forse apprezzò la sincerità e si aprì ad un meraviglioso sorriso… Chiacchieravamo come e ci fossimo sempre conosciuti, di qualsiasi cosa: dallo sport al mare, dalle nostre passioni alla facoltà… Ridemmo tanto, prendendo in giro i professsori o gli assistenti… Per tutto il tempo rimanemmo sdraiati sulla sabbia, lei con la testa appoggiata alla mia pancia… “Sei comodo” mi disse, io risi, lei mi accarezzò quell’acenno di barba incolta che avevo… Verso le quattro si fermò, mi guardo dritto negli occhi e mi disse che voleva fare il bagno… Io sorrisi, ci spogliammo e via di corsa verso l’acqua… Tremava, forse per il freddo, io la strinsi a me e sentii il profumo della sua pelle misto alla salsedine… Di ritorno si strinse a me e avvolsi entrambi nel mio telo… Quel momentò durò un’eternità, finchè smise di tremare, alzò lo sguardo verso i miei occhi e mi baciò… Ci sdraiammo e le chiacchiere continuarono finchè, ancora abbracciati e stretti al telo per il freddo, non ci fermammo a rimirare l’alba… Fu il finale perfetto per quella festa e mentre il sole saliva alto su di noi, la riaccompagnai a casa godendo ancora del suo meraviglioso sorriso…

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remember that summer?

Ricordi quell’estate? Io e te, sempre insieme! Non c’era neanche bisogno di sentirci, ormai vivevamo quasi in simbiosi… Salivo sulla mia 106, facevo i km che mi separavano da te col sorriso, urlando a squarciagola sempre la stessa canzone, quella, la nostra… E tu eri li, già pronta, perché sapevi… Prendevo il telefono per farti il solito squillo e il tuo visino spuntava dal portone, quando ancora stavo componendo il numero… E nelle nostre infinite passeggiate si parlava di tutto: dal basket agli amici, dai viaggi a noi… Quel pezzetto di spiaggia, semi nascosto da quel grande casermone, era il nostro posto speciale… Anche quando non potevo passare a prenderti, facevo il giro lungo, per arrivare dal Poetto e poter controllare se il tuo scooter era li parcheggiato… E quando lo vedevo il cuore impazziva di gioia! Parcheggiavo con calma, un po’ distante, per godermi l’attesa che mi separava da te… Poi ti scorgevo, seduta sul muretto, china sul tuo libro di letteratura inglese con le cuffie nelle orecchie. Arrivavo piano, senza far troppo rumore, ti appoggiavo le mani sugli occhi come in un gioco infantile e vedevo il sorriso nascerti sul volto… Stavamo li per ore, finché il sole non era tramontato. E chiacchieravamo, ti aiutavo con Shakespeare e the tragedy of Macbeth… “Mi piace da morire” mi dicevi, forse è per quello che Macbeth è l’opera di Shakespeare che preferisco… Poi si mangiava qualcosa presa al volo o qualche panino che preparavi tu; non ci importava molto, la cosa fondamentale era stare insieme! E quando ti riportavo a casa, prima di salutarci, il tuo sguardo era magico; i tuoi occhi così profondi e scuri da poterci morire dentro… Mi sfioravi le labbra e mi sussurravi “buonanotte anima mia, sarei vuota senza te”… E ancora mi perdo in quelle parole così leggiadre. Ed io, preso dall’emozione, riuscivo a malapena a balbettare una buonanotte, buttata li quasi per caso. Ma tu sapevi, l’avevi sempre saputo; quello era il mio carattere… Ed il nostro rapporto era questo, qualcosa in più di una semplice amicizia, un’amore forse troppo platonico, un’esaltazione delle nostre anime… Ecco, kindred spirits, quello che eravamo… E l’estate passò, arrivò l’inverno; l’università, le compagnie e gli amici diversi, il tempo ci separarono… Ogni tanto passavo in sala lettura, al corpo aggiunto, ti vedevo li piegata su Milton; un cenno, un sorriso, nulla più… Ma gettarsi in questo ricordo è meraviglioso e a volte vorrei che quell’estate tornasse…

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My life in basket

Il basket è stato la mia vita per 19 lunghissimi anni, sin da quando abitavo ad Arese, con la polisportiva locale. Il primo pallone da minibasket lo strinsi tra le braccia a soli 5 anni. Poi Milano, a vestire la casacca gialla dell’Irge poi biancorossa della Billy Desio. Di base alle medie di crescenzago o al Giuriati, sempre di corsa, tra allenamenti e partite. Il trasferimento a CA segnò il mio nomadismo cestistico; ho vestito maglie diverse ogni anno: Olimpia, Cagliari basket, Genneruxi, Sardegna Basket, Panda, Fiamma, Esperia, Doris… A 16 anni già giocavo fuori quota con la juniores, i miei compagni erano tutti tra l’ultimo anno di superiori e il primo di università, l’anno successivo play in quintetto. Quelli erano gli anni delle partite del sabato sera, si usciva prima da scuola, con la prof di mate che ti urlava contro perché a scuola non c’eri mai… Poi i campionati di Promozione, sempre a prenderle, 20, 30, 40 punti; ma quanto ci si divertiva! E la partita della vita, quella in cui ti entra tutto, anche se fossi bendato, 38 punti davanti allo scout del Santa Croce che veniva a veder giocare un compagno… Le partite la domenica mattina, con la sveglia alle 6 per le trasferte. E allora, il sabato sera, si usciva di nascosto, sperando di non beccare Carlo, il nostro allenatore in giro… Arrivarono poi le prime panchine in serie D, mentre giocavo ancora con la promozione verso i 22 anni. Poi l’esplosione del ginocchio: crociato a 22, menisco a 23… Le 3 operazioni, di cui una di pulizia, i tempi di riabilitazione lunghi, le stampelle, il tutore, la terapia, il ginocchio che non fletteva, il dolore, i pianti di rabbia, veder svanire quello che avevi costruito con tanto amore. Non sarei arrivato più in la, questo era chiaro, ma lo sport che avevo sempre praticato, anche vincendo campionati (studenteschi e non) mi veniva strappato. Verso i 24 tentai un campionato con gli over 35, ma la passione era un’altra cosa. Io 24enne, con la voglia di riprendermi ciò che era stato mio, giocare con ex atleti che saltavano 2 allenamenti su 3 e giocavano tanto per sfogarsi un po’… Questa fu poi la motivazione ultima che mi fece dire basta… Ogni tanto il ricordo ed il rimpianto vengono a galla ma, considerate la mia altezza ridicola, la mia condizione, il mio ginocchio, forse ho preso la decisione migliore. Il fatto è che quel periodo mi manca tanto!

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