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An axe to fight

Mari mi ha sempre detto che io sono una persona fredda, calcolatrice; troppo razionale… Fossi davvero così, non sarebbe mai iniziata con lei; come con altri amori… E’ che tendo a sforzarmi di superare i problemi; anche quelli che ad un occhio esterno sembrerebbero insormontabili…


Perchè, come mi ha insegnato Daniela, nella vita bisogna combattere, in ogni sua sfaccettatura; se davvero vuoi riuscire ad andare avanti. E così, a differenza di altre persone importantissime per me,  ho combattuto; sempre; per qualsiasi cosa. Per affermarmi, per convincere i miei di potercela fare, per lo studio, per il mio trasferimento, per il lavoro, per la casa,  nelle storie d’amore. Combattere sempre, contro tutto e tutti…


Ma viene il momento in cui ti stanchi, perdi le forze, le motivazioni; posi la tua ascia e ti fermi a pensare… E pensi che in fin dei conti qualche risultato l’hai raggiunto: una buona cultura, una casa tua, un buon lavoro con un ottimo stipendio; quei pochi amici che per te ci sono sempre e comunque, qualsiasi cosa accada…


Ma continui a ragionare; a farti del male per accorgerti che c’è qualcosa di veramente importante che ti manca… Ed è quello che hai sempre voluto; quello per cui hai combattuto più di tutto; riuscendo a volte, fallendo miseramente in altre… E allora inizi a chiederti se tutto quel combattere, lottare, farsi male, abbandonare persone lungo la strada; sia valso a qualcosa… E non vuoi sentire la risposta, perchè già sai che non ti piacerà, che ti vedrà sconfitto, pesto e dolorante…


Quindi cieco e con mille pensieri in testa, riprendi la tua ascia e vai avanti nel cammino; sperando di incontrare meno ostacoli possibile; sperando di non dover recidere più cordoni; amici, famiglia, amori; perchè tutte le volte il male al cuore sai che sarà straziante…


Un giorno riuscirò e sarò finalmente una persona completa, piena e serena… Vorrei solo sapere quando quel giorno arriverà; perchè l’ascia è un fardello pesante da portare, sono stanco, le braccia e il cuore si sono fatti pesanti…

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She

Lei, la mia nuova terra…

Lei, la mia nuova famiglia…

Lei, la mia nuova vita…

Lei, per la vita…

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My Dad

Mio padre, lui sì che era un uomo… Molto all’antica, questo sì, ma un gran lavoratore, un buon marito e un padre affettuoso. Riusciva a stare otto ore in fabbrica, alla catena di montaggio della Giulietta Spider dell’Alfa ad Arese, tornare a casa dopo un viaggio stressante ed avere ancora il sorriso in faccia. Quando lo vedevo mi s’illuminavano gli occhi, gli correvo incontro e gli saltavo in braccio. Solo ora mi accorgo di quanti sacrifici abbia fatto per noi. Non dev’essere stato facile far andare avanti una famiglia di cinque persone con uno stipendio così basso. Ha cresciuto me e le mie due sorelle senza farci mancare mai un regalo a Natale o la pizza il sabato. Certo, i problemi c’erano, ma noi non ce ne siamo mai accorti, almeno sino all’età della maturità. E’ riuscito a passare indenne l’epoca delle contestazioni, senza farsi trascinare. E a quelli che gli davano del crumiro rispondeva: “Ho tre figli”. Sempre così è stato, tirando avanti per la sua strada, un uomo tutto d’un pezzo, avrebbe detto qualcuno. E io lo ammiravo, lo amavo, era come un re per me. Ancora ricordo quando la domenica mattina ci alzavamo di buon’ora, solo io e lui, caricavamo le biciclette sull’auto e andavamo al parco. Il tragitto era breve ma mi sembrava durasse un’eternità, tanta era la gioia di averlo affianco per una mattinata intera. Prendevamo le nostre bici ed eravamo pronti per la nostra razione di risate e divertimento. Un giorno, mentre giocavo in braccio a lui, lo guardai e scorsi una lacrima che calava dal suo volto, forse già sapeva. Io in quel periodo ero molto piccolo e non capivo un granché di quello che mi succedeva intorno. Avevo più o meno sette anni e solo dopo, in una  sua lettera, trovai molte spiegazioni e molti suoi rimpianti. Mi scrisse che avrebbe voluto conoscermi meglio, insegnare a radermi, a guidare, regalarmi la prima macchina, essere presente il giorno in cui mi sarei laureato e il giorno in cui avrei portato all’altare la mia sposa. Era il luglio del 1982, l’Italia vinceva i campionati mondiali ed io perdevo mio padre.

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